Domenica 11 ottobre la nostra Chiesa si è ritrovata in assemblea diocesana, nella splendida Cattedrale di Ferrara. Nei ventisei gruppi sinodali, preparati secondo la conversazione nello Spirito, coordinatori e partecipanti hanno condiviso la domanda su come l’annuncio e la testimonianza della carità possano attraversare la vita delle nostre comunità.

Le impressioni raccolte sono concordi. Il clima è stato sereno e familiare, un ascolto vero, “senza espressioni di giudizio”: diversità di realtà e sensibilità accolte come una ricchezza che, come scrive un coordinatore, “ha consolato gli animi di tutti”. Molti erano alla prima esperienza: “tanti timori all’inizio e tanta consolazione alla fine”. Il metodo a tre fasi, con i suoi silenzi, è stato seguito e apprezzato: ha dato a tutti la possibilità di prendere la parola e ha permesso ai preti presenti di chiedere aiuto ai laici, mostrandosi disponibili al confronto.
Restano però ombre da custodire, che dicono quanto il metodo debba ancora essere assimilato e quanto le comunità abbiano bisogno di essere accompagnate. In alcuni gruppi il primo giro è diventato un racconto delle attività parrocchiali, fuori dalla domanda: la conversazione si è riorientata solo nella seconda fase. I tempi sono risultati stretti e la fase della sintesi è stata a volte sacrificata. Si avverte anche una certa stanchezza: dopo anni di riunioni, l’analisi della situazione è già stata fatta e si attendono passi concreti. E qualcuno chiede che il Sinodo diventi più chiaro, meno astratto.
I temi più provocanti emersi dai gruppi sono diversi e convergenti. Il primo è la centralità delle relazioni: le comunità non devono essere “elenchi di cose da fare”, ma luoghi da vivere, capaci di accogliere e cercare le persone, a cominciare dai giovani e dalle famiglie. L’abbandono dopo la Cresima è sentito quasi ovunque ed è definito “una delle povertà maggiori” di cui prenderci cura. Per questo servono proposte capaci di legare fede e vita quotidiana: volontariato, campi di lavoro, nuovi linguaggi per i giovani.

Al centro c’è il desiderio di una Chiesa “in uscita”, non chiusa in un “cenacolo” autoreferenziale, che cerchi chi è lontano nei luoghi della vita quotidiana e testimoni una fede visibile e credibile, “non tiepida”. Questo esige una corresponsabilità vera tra presbiteri e laici: più spazio ai Consigli pastorali, coinvolti anche negli avvicendamenti dei parroci; preti liberati dal peso amministrativo, perché non devono diventare “ragionieri”; laici formati e motivati. Serve una formazione continua, umana e spirituale, perché servizio e missione nascano da una fede adulta e perché la carità non sia delegata ad “addetti ai lavori”, ma diventi la missione di tutta la comunità.
Altra provocazione è il superamento delle divisioni e dei campanilismi tra parrocchie e realtà diverse, a partire dalle nuove Unità Pastorali: non “calate dall’alto”, ma costruite insieme con pazienza e ascolto, anche ricucendo i percorsi di corresponsabilità interrotti dai cambi di parroco. Le Unità Pastorali chiedono decisioni coraggiose anche sulle strutture: riuso degli spazi per i bisogni del territorio, condivisione delle risorse, e la libertà di dismettere ciò che non serve più, senza restare legati a ragioni “sentimentali”.

Infine, la missione si gioca nella rete: collaborazione tra Caritas, scout, scuole, enti e associazioni del territorio per affrontare insieme povertà materiali, educative e le nuove solitudini. Occorre passare dalle analisi alle azioni concrete: fissare priorità, verificare le esperienze e comunicare meglio, dentro e fuori la comunità.
Una cosa è chiara: l’assemblea di domenica ha mostrato che le energie ci sono, la passione ecclesiale è viva e il Sinodo può davvero diventare il luogo dove queste forze si mettono in comune per costruire una Chiesa più fraterna, missionaria e corresponsabile.


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